Perché in alcuni casi la famiglia è davvero una prigione e il dente del giudizio è un canino.

May 11th, 2011

Padre: ” Quando i figli saranno pronti a lasciare la casa?”
Figlia: ” Quando i canini cadranno”

Geometria, rigore, alienazione e una perfezione perversa.

Una voce esce da un mangianastri e spiega il significato di alcuni termini, ma nulla ha senso compiuto, nulla coincide con il reale. Tre ragazzi ascoltano e ripetono come se dovessero imparare la lezione del giorno. Quella è la voce del padrone, la voce della loro madre, e quelle è effettivamente è la lezione del giorno. Giorgos Lanthimos ci introduce senza tanti preamboli al mondo inscatolato e demiurgigamente sorvegliato dei tre fratelli. Nessun nome, solo ruoli all’interno di una famiglia che è il mondo intero: Madre, Padre, Figlio, Figlia Maggiore, Figlia Minore. I genitori non sono semplicemente procreatori, sono i padroni di un mondo che altro, una realtà fittizia creata per controllare i figli, come a dire: se non si può cambiare il mondo, tuttavia lo si può plasmare – almeno se si conoscono i limiti del proprio raggio d’azione. Tutto quello che sta fuori della villa è pericoloso, tutto quello che serve è all’interno. Una scissione insanabile tra il dentro e il fuori, una totale chiusura nella percezione della realtà effettiva. Seguendo regole inventate di sana pianta e una manipolazione costante basata su una lingua alterata e su conoscenze frammentarie e distorte, i fratelli sono deprivati di una coscienza autonom: non sanno quanti anni hanno, dove si trovano, rimangono in un limbo psicologico e intellettuale. Il mondo esterno si presenta dunque come un luogo da temere a priori e la realtà tutta prefabbricata assolve a regole di sussistenza interna, e ogni coerenza è ridotta al minimo indispensabile: pensiamo a un’altra grande intuizione del regista, quella degli aerei che sorvolano la casa. I ragazzi credono che ogni tanto uno di essi possa precipitare e il primo che lo raccoglie può tenerlo: in effetti gli aerei cadono, ma sono ovviamente modellini in scala gettati di nascosto dai genitori. Non hanno il senso delle proporzioni, non sanno cosa sia la prospettiva: in definitiva vivono in un mondo bidimensionale. La cosa straordinaria è che a rompere gli schemi, a scardinare la piatta gabbia in cui si muovono, sarà il cinema. Christina (un’agente di sicurezza che per arrotondare si prostituisce col Figlio), infatti, sfruttando l’inconsapevolezza della Sorella Maggiore la convince a fare sesso orale in cambio di alcune videocassette. LA finzione diventa l’unico spiraglio di pulsante verità. Vita vera. La notte la Sorella Maggiore guarda ossessivamente le cassette: porte attraverso cui capire cosa c’è fuori, oltre. “Lo squalo”, “Rocky”, “Flashdance”: film muscolari, sulla carne e sul sangue, su corpi maciullati, pompati e oliati. La sorella maggiore cambia, muta più che matura e comprende la potenza della simulazione: se la Legge dice che per poter abbandonare la villa deve cadere il canino (“kynodontas” in greco), basta che esso cada. La soluzione è staccarlo, certo, a colpi di manubrio.

Inedito in Italia e premiato a Cannes 2009 col “Un certain regard”, “Dogtooth” è una pellicola perversa e straniante: il regista greco ci presenta la vita di questo gruppo familiare in un interno come un dato di fatto, senza possibile dialettica con una realtà alternativa. Ogni cosa ha un posto preciso, una geometria perfetta e castigante. Anche un atto incestuoso diventa semplice conseguenza di non scelta. Un film che non può lasciare indifferenti e che apre nuovamente l’eterna questione: meglio il buio dell’ignoranza o l’orrore della verità?

Written by Irene Pollini Giolai

May 11th, 2011 at 12:26 pm

Leave a Reply