Alda Merini
March 27th, 2011

Alda Merini è stata una donna forte, tenace, rivoluzionaria e definita pazza. Da medici e cartelle cliniche. Ma vi dirò, in quello che ha scritto si legge una lucidità feroce. Graffia e carezza con le stesse mani, con le stesse parole, virgole ed incisi. Viveva a Milano, una città che a giorni la poesia sembra averla persa quasi tutta.
“La poesia è scomoda come i fumatori”.

Milano è ostica, grigia e nuvolosa. Come oggi per esempio. Una domenica di grigie nuvole su questa primavera appena iniziata. I navigli sono asciutti. Li hanno svuotati e nonostante la gente e la confusione, hanno un aspetto straziato. Sporco. Trasandato. Ma questo sa essere anche un luogo ospitale, un posto bellissimo, con un romanticismo appena accennato, smorzato da quello che c’è oltre la fine del canale. Il caos, le strade ed il traffico, i passi veloci della gente di fretta. Sono passata davanti a questa porte mille volte, sapendolo ogni singola volta, perchè il nostro primo incontro non fu un caso, volevo essere qui. Cercavo questa porta. Eccoci di fronte a quella fu la casa di Alda Merini. Via Magolfa 32. Oggi è la sua casa-museo.
Non voglio utilizzare nessun rimescolamento di parole. non voglio reinterpretare nulla per ora. Lascerò parlare lei. Si presenterà Alda stessa. Questo l’estratto da una conversazione con una giornalista che ebbe la fortuna di conoscerla, Cristiana Ceci.
“Sono nata a Milano il 21 marzo 1931, a casa mia, in via Mangone, a Porta Genova: era una zona nuova ai tempi, di mezze persone, alcune un po’ eleganti altre no. Poi la mia casa è stata distrutta dalle bombe. Noi eravamo sotto, nel rifugio, durante un coprifuoco; siamo tornati su e non c’era più niente, solo macerie. Ho aiutato mia madre a partorire mio fratello: avevo 12 anni. Un bel tradimento da parte dell’Inghilterra, perché noi eravamo tutti a tavola, chi faceva i compiti, chi mangiava, arrivano questi bombardieri, con il fiato pesante, e tutt’a un tratto, boom, la gente è impazzita. Abbiamo perso tutto. Siamo scappati sul primo carro bestiame che abbiamo trovato. Tutti ammassati. Siamo approdati a Vercelli. Ci siamo buttati nelle risaie perché le bombe non scoppiano nell’acqua, ce ne siamo stati a mollo finché non sono finiti i bombardamenti. Siamo rimasti lì soli, io, la mia mamma e il piccolino appena nato. Mio padre e mia sorella erano rimasti in giro a Milano a cercare gli altri: eravamo tutti impazziti. Ho fatto l’ostetrica per forza portando alla luce mio fratello, ce l’ho fatta: oggi ha sessant’anni e sta benissimo. La mamma invece ha avuto un’emorragia, hanno dovuto infagottarla insieme al piccolo e portarseli dietro così, con lei che urlava come una matta. A Vercelli ci ha ospitato una zia che aveva un altro zio contadino, ci ha accampati come meglio poteva in un cascinale. Sembrava la Madonna mia madre, faceva un freddo boia, era una specie di stalla, ci siamo rimasti tre anni. Non andavo a scuola, come facevo ad andarci? Andavo invece a mondare il riso, a cercare le uova per quel bambino piccolino: badavamo a lui, era tutto fermo, c’era la guerra. Stavo in casa e aiutavo la mamma, andavo all’oratorio, ero una brava ragazza io. Io sono molto cattolica, la mia parrocchia a Milano era San Vincenzo in Prato. Mi sento cattolica e profondamente moralista, nel senso che sono una persona seria allevata da genitori serissimi, pesanti e pedanti in fatto di morale. Non lo so se credo in Dio, credo in qualcosa che… credo in un Dio crudele che mi ha creato, non è essere cattolici questo? Perché, Dio non è così? Tutti abbiamo un Dio, un idoletto, ma proprio il Dio specifico che ha creato montagne, fiumi e foreste lo si immagina solo… con la barba, vecchio, un po’ cattivo, un Dio crudele che ha creato persone deformi, senza fortuna. Credo nella crudeltà di Dio. Non penso siano idee blasfeme, la Chiesa non mi ha mai condannata. Anzi, il mio “Magnificat” è stato esaltato, perché ho presentato una Madonna semplice, come è davvero lei davanti a questo stupore dell’Annunciazione, che non accetta fino in fondo perché lei ha San Giuseppe. Io pregavo da bambina, ero sempre in chiesa, sentivo sette, otto, dieci messe al giorno, mi piaceva, però non ci vado più dai tempi del manicomio. Ho trovato una tale falsità nella Chiesa allora, in manicomio vedevo le ragazze che venivano stuprate e dicevano di loro che erano matte. Stuprate anche dai preti, allora mi sono incazzata davvero. L’ho visto accadere ad altri, non è una mia esperienza. La Chiesa è dura con le donne, da sempre. Però oggi come sono magre e secchette le donne, prima erano belle adipose. Sono tornata a Milano quando è finita la guerra, siamo tornati a piedi da Vercelli, solo con un fagotto, poveri in canna, e ci siamo accampati in un locale praticamente rubato, o trovato vuoto, di uno straccivendolo. E ci stavamo in cinque. Abbiamo ripescato anche mia sorella che era partita con i fascisti, con i tedeschi, aveva imparato, si metteva in strada, tirava su le gonne, i tedeschi andavano in visibilio e le regalavano il pane, si sfamava così, si alzava solo la gonna, era bellissima. In questo stanzone stavamo tutti e cinque, accampati, con delle reti, allora sono andata con il primo che mi è capitato perché non ce la facevo più. Avevo 18 anni, dove dormivo scusate? Così poi l’ho sposato, nel 1953. Era un operaio, è morto nel 1983, un lavoratore. Si chiamava Ettore Carniti, io sono zia del sindacalista Pierre Carniti e anche mio marito era sindacalista. Un bell’uomo. Ho avuto quattro figlie da lui. Andavamo a mangiare la minestra da mia madre perché lui non aveva ancora un lavoro. Poi abbiamo preso una panetteria in via Lipari, non è che proprio facevamo il pane, era solo una rivenditoria. Mi chiamavano la fornaretta. Ho avuto la mia prima bambina nel 1955, Emanuela, poi nel 1958 è nata anche Flavia. Avevo 36 anni quando è nata la mia ultima figlia, Simona, e prima ancora era arrivata Barbara.”

Alda Merini è stata madre, moglie, poetessa e molto altro. Una donna. Operaia di pensiero, come l’avrebbe definita Quasimodo. Come ne sarebbe andata fiera, lei allieva di Rainer Maria Rilke, grafomane e scrittrice dall’età di 15 anni. Una di quelle d’antologia subito, nonostante una bocciatura in italiano. Una vita fatta di traversie, di soluzioni improvvise, sbalzi umorali che le hanno segnato la vita e forse hanno permesso il fluire leggero e penetrante della sua poesia. I suoi internamenti iniziano presto, la causa scatenante è la violenza del marito che ubriaco, la picchia. L’esperienza del manicomio, la follia e la paura vissute sulla propria pelle.

“io sono una persona avariata” dice in una sua intervista. “cosa potevo chiedere di meglio se non l’amore dopo 15 anni di torture?”
Prima a Milano e poi a Taranto. Due periodi di internamento che la vessano nel corpo e nello spirito. Alda l’amore lo perde, per due volte, o forse qualcosa di più. Amore ogni volta profondo, vero, sentito e patito. Incommensurabile e ricolmo di perdono.

“Io la vita l’ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio.
Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno…. per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara”
E’ complesso parlare di Alda Merini, elencare una serie di date e punti di svolta non è sufficiente. Per raccontarvi Alda è necessario che parli lei per prima, in prima persona. La poetessa degli animi umili, una donna con il coraggio enorme di guardare l’amore in faccia, senza riserbo, senza sconti.
“Il poeta non impara mai niente durante tutta la sua vita ma almeno quando ama non ha paura di guardare in faccia nemmeno la morte.”
E’ bello ascoltarla recitare ritmata, impegnata nella letture delle sue opere, le riscrive ad ogni parola, ad ogn sfumatura di tono, sospiro e pausa. Gli occhi bassi inclinati dalla curva spessa delle sopracciglia stropicciate. La riguardo nei video. La voce di Alda ha un profilo che vibra sugue l’andare ondulato delle emozioni che dipinge. Hanno quasi un odore le poesie di quest’autrice. E’ strano come dire poetessa suoni aulico, particolare quantomeno. Ma forse perché raramente si ha la fortuna di incontrare animi come il suo, nel contemporaneo. Sofferenza e dramma in una donna che fino alla fine ha vissuto e sopravvissuto per la sua missione, la sua inclinazione ed unica aspirazione: la poesia.
“La poesia è una condanna, è un paio di scarpette rosse, è una danza. Certo, è bello vedere qualcuno danzare, ma se non può smettere come si sentirà a continuare a farlo.”
Altrettanto inutile sarebbe trascrivervi qui la sua immensa bibliografia, o le decine di testi critici su di lei. Alda Merini, va vissuta, va discussa. Va letta nell’intimità delle proprie tristezze e usata come salvagente. Una donna che ha come primo merito la forza lucente di adorare la vita e l’inferno rovente che può essere. Una donna che non ha mai avuto vergogna di fronte al sentimento, che non si è flessa al cinismo necessario alla sopravvivenza. Un esempio, una fonte, una madre per tutte, la migliore amica di molte. Uno specchio delle nostre insvelabili intimità.
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… il ritratto perfetto di Alda… bravissima, Irene
Anna
29 Mar 11 at 2:51 am
ciao ALDA
giampiero pileri
29 Nov 11 at 9:19 pm